Filetto alla Rossini

Il filetto di manzo alla Rossini, chiamato anche il Tournedos alla Rossini, è uno dei piatti più noti legati al maestro d’opera, famoso anche per le sue qualità di esperto gourmet. 

Diverse sono le storielle che circolano sull’origine di questa prelibata ricetta. Una narra che fu lo chef Casimir Moisson del ristorante Maison Doreé a crearla appositamente per il compositore che amava particolarmente i tartufi e il foie gras. La più curiosa invece racconta che Rossini al Café des Anglais a Parigi insistette per osservare lo chef mentre cucinava il filetto ma, siccome continuava ad interferire con il lavoro del cuoco, il poveretto se ne lamentò. E il maestro, di rimando, lo incalzò: «Et alors, tournez le dos!», e allora voltatemi la schiena!

Questa storia spiegherebbe anche l'origine del nome ‘tournedos’, termine gastronomico dall'etimologia incerta, formato dalla parola francese ‘tournez’ e ‘dos’ che letteralmente significa ‘fondo schiena’.

Tuttavia ne circola ancora una terza, secondo cui la ricetta nacque dall’incontro di Rossini con il famoso cuoco Antonin Carême, che all’epoca gestiva le cucine dei Rothschild. Nel 1823, infatti, appena arrivato a Parigi, già preceduto dalla sua fama di genio, Rossini venne infatti subito coinvolto nel dibattito culturale sulla gastronomia che a quel tempo impegnava molti intellettuali francesi, tra cui anche il divino cuoco Careme. E fu proprio in casa Rothschild che i due si conobbero: fu un incontro da cui nacque un'amicizia fatta di stima e di affetto.

Rossini amava chiaccherare, consigliare fornitori e inventare ricette. E così come aveva adorato la musica adorava il cibo e riversava la stessa passione che aveva messo sul palcoscenico addobbato sulla tavola imbandita. E fu proprio ad uno di questi incontri ed esperimenti che si deve la nascita del famoso Tournedos.

Pazzo per il cibo? Di sicuro Gioachino Rossini amava definirsi ‘pianista di terza classe, ma primo gastronomo dell’universo’. Cercava di trarre dai fornelli le stesse armonie del pianoforte, la sua tavola era infatti un susseguirsi di ‘accordi’. Non a caso, spesso parlando di cibo coniava calzanti metafore attingendo proprio al mondo della musica.

Riguardo il mangiare amava ripetere: ‘Dopo il non far nulla, non conosco occupazione per me più deliziosa del mangiare. L’appetito è per lo stomaco ciò che l’amore è per il cuore. Lo stomaco vuoto rappresenta il fagotto o il piccolo flauto in cui brontola il malcontento. Lo stomaco pieno è il triangolo del piacere o i cembali della gioia’.
Oppure: ‘Mangiare e amare, cantare e digerire: questi sono i quattro atti di questa opera buffa che si chiama vita e che svanisce come la schiuma di una bottiglia di champagne. Chi la lascia sfuggire senza averne goduto è un pazzo’.

E con questo non ci resta che augurarvi…buon appetito!

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